I vitigni autoctoni pugliesi, scopriamo il Nero di Troia

I vitigni autoctoni pugliesi, scopriamo il Nero di Troia

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Qualcuno fa risalire le origini di quest’uva ai Micenei e alla città di Troia. Meno fantasiosa è la versione che la vuole legata all’omonima cittadina in provincia di Foggia. Probabile è anche che derivi da un paese albanese che si chiama Cruja. Alcuni dei sinonimi più noti con cui identificare questo vitigno pugliese sono: Uva di Canosa, Uva di Troiano, Vitigno di Barletta e Uva della Marina. Nonostante le indiscusse qualità, negli ultimi anni è diminuita la produzione, spesso a favore del Bombino nero, più costante e produttivo.

Da questo vino si ricava un vino rosso corposo e dall’alcolicità importante. Il colore è rosso rubino, intenso, il naso è vinoso, fruttato e speziato, se ben coltivato è un buon vino da invecchiamento. In una degustazione organizzata da Atheneum presso la romana enoteca Trimani, il relatore Fabrizio Russo ci ha guidati attraverso 8 produttori di Nero di Troia, quasi sempre in purezza. Siamo partiti con un Nero di Troia 2010 di Federico Puglia, solo acciaio, ben fatto, un vino sicuramente non da meditazione, ma da pasto spensierato. Poi un vino dell’azienda Del Sordo Casteldrione 2010. I sei mesi di barrique iniziano a conferire sensazioni olfattive più intense, che poi in parte disattende nella gustativa.

Passiamo poi al Otre di Teanum a 13,5%, dal naso ben espresso. Sempre 2010 troviamo il Nero di Troia Le Cruste di Longo, quest’anno meno equilibrato rispetto ad assaggi passati. Passiamo al 2009 di Lui dell’azienda Albea, qui i tredici mesi di barrique ampliano le note terziarie, con netti riconoscimenti di scatola di signari. Ancora 2009 per l’azienda S. Lucia con il suo Vigna del Melograno, dalla bocca molto ricca. Il 2006 vede protagonista una versione del Nero di Troia, dai sentori più animali, il vino è Pietra dei Lupi.

L’ultimo vino è il prodotto dell’assemblaggio di Nero di Troia 50%, Montepulciano 25% e Negroamaro 25%. Nonostante in quasi tutti i vini ci sia stato un corpo importante ed una buona potenzialità, le metodologie e l’uso così diversificato del legno non mi lasciano intuire quale possa realmente essere il filo conduttore di questa uva. Personalmente credo sia eccessivo, se non superfluo, l’uso del legno, che svilisce e trasforma quest’uva, baciata dal sole.

Foto | Alessia

I vitigni autoctoni pugliesi, scopriamo il Nero di Troia é stato pubblicato su gustoblog alle 12:00 di domenica 10 marzo 2013. Leggete le condizioni di utilizzo del feed.

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